Mariana, ricordi in quale momento della tua vita hai deciso di voler fare l’architetto? 

Ho capito che sarei voluta diventare un architetto quando è arrivata la consapevolezza che fare architettura è la sintesi ed il connubio perfetto di quelle che sono sempre state le mie passioni e propensioni, ovvero la creatività e l’immaginazione, che si manifestano dall’ideazione alla creazione, la razionalità nello stabilire relazioni tra le intuizioni e la realtà, e la curiosità, quale motore propulsore per la ricerca di nuove forme, in qualsiasi forma d’arte, al fine di generare bellezza. Poi sono arrivate conferme quando, nel ritrovarmi di fronte ad architetture che hanno segnato il mio percorso formativo o che hanno innescato in me curiosità, l’impatto con tali opere mi ha regalato sensazioni di appagamento e stupore. Ed è lì che capisci che non avresti voluto nè potuto fare un mestiere diverso.

 

Qual è il ricordo più bello legato alla tua professione? 

Sicuramente la soddisfazione da parte dei committenti è il momento più bello che si può presentare durante lo svolgimento della professione, ma anche il confronto costruttivo con professionisti con più esperienza che mi hanno insegnato a guardare con occhi nuovi o i momenti di dialogo e riflessione con altre figure che fanno parte del processo progettuale che costituiscono stimoli ed occasioni di arricchimento. La vista dell’opera compiuta, che rispetta esattamente quello che era andandosi figurato solo nella mia mente e che rispetta le aspettative e necessità del cliente, è il momento più appagante.

 

Sei un’appassionata di viaggi e di arte. In che misura questi due aspetti incidono sull’ispirazione per nuovi progetti? 

Penso che l’arte contribuisca alla mia personale lettura del mondo ed è dunque destinata a strutturare il mio approccio alla progettazione architettonica, che in tal senso cerco di indirizzare alla ricerca di elementi che possano generare bellezza, quali la luce, il colore, il punto di vista, i materiali, tutti elementi che sono fondanti di un’opera d’arte. L’architettura è una forma d’arte, quindi sono due ambiti imprescindibili. Il viaggio poi lo ritengo indispensabile per avere stimoli e riferimenti e quando ho la possibilità parto per luoghi mai visitati prima o per luoghi già visti che ho spesso necessità di rivedere perchè hanno lasciato un segno indelebile nel mio percorso e nel mio cuore. Ovviamente tutti i miei viaggi sono incentrati sulla voglia di visitare opere di architettura famose che mi hanno incuriosito o che mi hanno colpito sui libri o in documentari, di cui ne conservo testimonianza e mia interpretazione mediante la fotografia, passione che alimento costantemente.

 

Dopo la tua laurea sei stata all’estero, a Manchester (UK) dove hai svolto le tue prime collaborazioni professionali. In che misura ti ha arricchito questa esperienza? 

Alla base di questa esperienza a Manchester si ripresenta ancora la mia passione per il viaggio, questa volta però con la voglia di confrontarmi in maniera più profonda con una realtà nuova. Ho potuto realizzare questo desiderio grazie all’opportunità, che ho a lungo desiderato e poi finalmente ottenuto, di lavorare in uno studio di architettura all’estero per qualche mese, che mi ha regalato davvero tante emozioni positive. Certamente l’esperienza mi ha portato prima di tutto ad un accrescimento personale e formativo. Dal punto di vista professionale, ho avuto modo di confrontarmi con metodi ed approcci che ho poi rielaborato nelle mie esperienze successive. Ovviamente per me è stata anche occasione di visitare con molto entusiasmo il nord del Regno Unito, che ho molto apprezzato.

 

Qual è il tuo architetto preferito e perchè? 

Sono molto affascinata dagli architetti portoghesi, proprio per la loro ricercatezza nella definizione di forme e volumi sobri e rigorosi, ma allo stesso tempo poetici ed aulici. Uno tra tanti è Manuel Aires Mateus, che ho scoperto sin dalla mia formazione universitaria, che attraverso la ricerca sulla materia e sulla leggerezza, crea delle opere di architettura molto intriganti e composte.

 

Fai parte del team Finepro da 5 anni, come vivi la tua quotidianità con i colleghi e come ti approcci al mondo del lavoro? 

Collaboro con Finepro da poco più di 5 anni. Ogni giorno le sfide sono tante e cerco di affrontarle in maniera lucida e ponderata. Cerco di fondare il mio lavoro sulla qualità e sul risultato, dove il confronto con i colleghi è fondamentale e costituisce momento di incontro e di dialogo, che giova al risultato ed alla mia crescita personale e professionale. La condivisione di visioni e metodi, il rispetto degli altri e l’umiltà  ritengo essere elementi importanti per la buona esecuzione del lavoro e per la riuscita del risultato.

 

Se guardi al tuo futuro, dove sogni di vivere? 

La mia voglia di fare mi porterebbe a vivere in una città dinamica e culturalmente vivace, dove gli stimoli sono continui e non ci sia mai tempo di annoiarsi. Ma il mio cuore mi induce a vivere tra la luce, i colori e i profumi della nostra terra, magari in luoghi dove la pace predomina e le cose semplici ti riempiono e ti rendono orgoglioso di ciò che ti circonda e ti forniscono spunti per il lavoro.

 

Descrivici la tua casa ideale.

Per me la casa ideale deve essere la sintesi tra antico e moderno, dove gli spazi sono intrisi di valore e sono definiti a misura delle reali necessità degli abitanti, dove l’intreccio di elementi quali la luce, il colore ed i materiali naturali danno forma ad ambienti domestici accoglienti. Poi il dialogo con la natura ed il paesaggio circostante è importante, mediante grandi aperture, terrazzi e scorci visivi, che facciano intravedere uno skyline di una città o una collina verde o, ancora meglio, una vista mare.